Il cielo dentro di noi

Il cielo dentro di noi

Parole al Vento

Parole dal Vento Scritti a cura di Fausto Corsetti; Foto a cura Mazzotta Massimo Leggere le parole scritte dal primo vento caldo che accarezza – talora anche con particolare vigore – un campo di grano ormai prossimo alla mietitura: avete mai provato? Quegli steli fragili ma preziosi vanno, vengono, si affliggono, si rialzano, si lasciano piegare senza spezzarsi, si sostengono reciprocamente. Per un attimo tutto cessa, poi tutto riprende. Il vento torna a scrivere le sue parole su quella superficie, su quel foglio di sole tanto flessibile e tenace. E tutto ricomincia. Immobili, si può rimanere a guardare per lungo tempo un tale “raccontare” che non affatica. Lo sguardo insegue l’oscillare continuo di linee improvvise e disegni imprevedibili, nel difficile tentativo di riconoscere forme familiari o di interpretare parole dette e subito sostituite da una mano invisibile, ma pur in grado di evocare racconti lontani insieme a emozioni primordiali e desiderate. Quante sono le parole dette, non scritte, che restano – o possono restare – sospese, sospinte da un vento che avvolge, interpella, racconta, rapisce, custodisce, consegna? Uscire nel vento, sottraendosi a ritmi vorticosi più o meno imposti dall’esterno, traduce il tentativo di risalire sentieri non tracciati, alla ricerca di fonti inesauribili, ed esprime il desiderio di apprendere linguaggi che sappiano costruire legami, possibilità nuove di comunicazione, travaso di confidenze, condivisione di silenzi e di sintonie altre. Camminare in spazi ancora da esplorare, legarsi al passo di chi cerca esempi piuttosto che maestri e andare insieme avanti, oltre, sospinti da quel vento interiore che porta verso ciò che è nuovo, non stanca mai. Tutto ha voce, tutto è voce per chi sa ascoltare, fare spazio, spalancare, lasciar entrare luci, oscurità, suoni, silenzi, profumi, colori. Immensa come la luce, densa come la notte è la vibrazione del cuore di chi immagina e guarda così profondamente da saper dare senso al vento, che agita vaste distese di grano, e si dimostra pronto a intraprendere cammini che, ad ogni svolta, alludono a mete ancora nuove. Nella vita tutto muta, continuamente, frequentemente. Ma proprio in questo infinito gioco di trasformazioni tutto può diventare vita se solo si abbia sufficiente immaginazione e forza per tornare a inseguire sentieri che portino al cuore della vita, al cuore delle vite di quanti ci camminano accanto, vicini, a volte legati da un filo invisibile, inconsapevole che può creare unità, scambio, collegamento. Ciascuno ha dentro di sé un vento che lo spinge avanti verso l’incontro con quel segreto che custodisce la verità di sé. Aspettare è l’arte di annusare quel vento, la sua direzione, la sua voce, la sua novità. Nasce dentro, ma sospinge oltre. Giunge non annunciato e chiede di essere riconosciuto. Non sarà inutile ascoltarne l’eco, innalzarsi, allungarsi, verso l’alto, per non tradire, per non ferire. Ci incontreremo nel bel mezzo dell’unica Festa che non potrà mai finire, in un tempo senza fine, nel “per sempre”. Lì ogni domanda troverà risposta, ogni ansia consolazione, ogni lontananza intimità, ogni desiderio compimento.

Il cielo dentro di noi

Ti Ascolto

Ti Ascolto Scritti a cura di Fausto Corsetti; Foto a cura Mazzotta Massimo Quante sono le persone che incontriamo lungo la nostra giornata. Sono volti che guardiamo, storie che sfioriamo, mondi che non conosciamo. Ci si passa accanto, per tutta la vita: e ciascuno può restare sé stesso, estraneo all’altro, sconosciuto all’altro. Ci si può incontrare anche per una sola volta nella vita. Ma quale sarà il senso, il messaggio che ci viene, che può venire da quella persona che, molto probabilmente, non incontreremo mai più. Cosa resta? Cosa lasciamo? Quel passo frettoloso, quel sorriso distratto, quello sguardo interrogante, quella cortesia formale, quella estraneità che incuriosisce, quel mistero che attrae, quell’indifferenza che allontana, quella paura che mantiene le distanze, quella fatica che disarma… e quanto altro ancora è possibile leggere sul volto della gente che, da mattino a sera, affolla il nostro andare e venire, i nostri passi. Ma non si può incontrare “la gente”. Si incontra solo una “persona”, una persona alla volta. Imparare a sentire l’altro, imparare a sentire i pensieri dell’altro: questa è l’arte e il segno di una vita presente, capace di leggere, di custodire… di ascoltare. Spesso, invece, siamo già oltre a tutto ciò che riempie i nostri passi e la nostra mente, e poi, arrivati al punto, siamo nuovamente oltre, occupati e preoccupati da ciò che viene dopo. Si ascolta, si incontra, ma il più delle volte si corre a ciò che si deve fare dopo. Ascoltare sembra un’operazione abituale, quasi banale, eppure l’ascolto autentico è raro e difficile. Costantemente immersi come siamo in rumori di vario tipo, sollecitati da messaggi multiformi, non conosciamo più il silenzio come ambiente e condizione indispensabile all’ascolto dell’altro.Silenzio e ascolto, infatti, pur non identificandosi, si nutrono reciprocamente: è solo nel silenzio che la parola può risuonare nitidamente, ed è lasciando che il nostro silenzio sia abitato da quanto abbiamo ascoltato in profondità che evitiamo di cadere nel mutismo o nel terrore del vuoto e del non senso. Così, sempre più incapaci di silenzio fecondo, finiamo per smarrire anche l’arte dell’ascolto: lungi dal considerarlo un’opportunità preziosa, subiamo come pratica fastidiosa il dover “stare a sentire” qualcuno mentre, dal canto nostro, siamo sempre pronti a parlare, riversando i nostri confusi bisogni su chiunque si trovi a portata di voce. Ma cosa significa ascoltare? Innanzitutto, accettare in profondità di sacrificare ciò che ci sembra sempre più prezioso: il tempo. Occorre tempo per ascoltare, un tempo vissuto senza fretta, senza angoscia; occorre la consapevolezza che si deve decidere di ascoltare. D’altronde, l’ascolto è la prima forma di rispetto e di attenzione verso l’altro, la prima manifestazione di accoglienza della sua presenza. Sappiamo per esperienza che l’altro non sempre pronuncia parole di reale interesse, che l’altro spesso chiacchiera o parla a se stesso. Ma se è vero che l’ascolto esige impegno e pazienza, è altrettanto vero che solo un ascolto autentico sa discernere e trarre lezioni anche da dialoghi apparentemente insulsi… Ascoltare significa essere attenti, accogliere le parole di chi ci sta di fronte ma anche, più in profondità, tentare di capire ciò che egli vuole comunicare al di là di quanto riesce a esprimere: per questo è necessario impegnarsi a cogliere anche il suo “non detto”, ciò che egli sottende o addirittura nasconde. Ci vuole sensibilità per riuscire a percepire, per imparare ad ascoltare, per saper sentire l’anima delle persone. Se si continua ad andare avanti guidati solo dai propri pensieri, non solo sarà difficile, ma perfino impossibile ascoltare gli altri, incontrare l’altro. L’altro resterà per noi solo uno tra i tanti, ma non sarà davvero l’unica persona chechiede la nostra presenza, la nostra attenzione, il nostro incontro. Colori, profumi, pensieri: li vede, li sente, li insegue soltanto chi sa uscire da sé e accettare la sfida di lasciarsi fermare. Oggi le nostre esistenze scivolano una accanto all’altra, come pensieri anonimi che s’intrecciano e si sfuggono, senza mai diventare pietra che costruisce, fiore che profuma, acqua che disseta.

Il cielo dentro di noi

Marinai Dentro

MARINAI DENTRO Scritti a cura di Fausto Corsetti; Foto a cura Mazzotta Massimo Tutti, con diversa intensità, conduciamo dentro di noi un dialogo interiore.Ci sono alcuni, in particolare se vivono da soli, che a questo dialogo danno persino voce, con soliloqui nei quali due personaggi discutono tra di loro.I pensieri si dipanano in continua alternanza fra quello che vorremmo essere e fare e quello che in realtà facciamo e siamo, fra le mete che vorremmo conquistare e l’autocritica che ci prospetta i nostri limiti, a volte esasperandoli.I pensieri corrono come velieri nel mare della nostra mente, filano più veloci della nostra volontà. Sono propositi buoni e sentimenti cattivi, impulsi di generosità e spinte egoistiche. Sogni che ci proiettano nel futuro e nostalgie che ci ancorano al passato, privandoci del presente.Questo lavorio dentro di noi prosegue anche di notte: la nostra mente non smette di elucubrare. E’ un laboratorio che non conosce orari di lavoro e che si ferma soltanto quando siamo intenti a un’attività che ci soddisfa completamente, per esempio quando diamo libero sfogo alla nostra creatività.Raramente siamo in grado di convivere internamente pacificati, in quello stato di serena beata bonaccia di “sorriso interiore”, che permette non solo di riconoscere quanto la vita offre, ma di ritrovare anche quel filo sottile che accompagna e lega insieme tutto, ogni singolo istante, qualsiasi accadimento e provarne gioia. Una gioia sorniona che sa dare senso, piacere, stupore.Come lottare con queste tempeste intime? E sono davvero negative? Forse, non dovremmo allarmarci quando la burrasca assume toni fragorosi. Si placherà.Poi, non lasciamoci trascinare lontano da quei velieri, verso isole di illusione o sconforto. Teniamo saldo il timone del nostro discernimento, evocandolo dalle profondità sapienti del cuore.Sarebbe certo utile, nei passaggi più difficili fra le onde, un interlocutore a cui affidarsi, con cui confidarsi, ma poiché raramente è disponibile, possiamo ricorrere ad un espediente antichissimo, al nostro “diario di bordo”: affidare alla carta i pensieri più burrascosi. Sarà un diario personale dei silenzi e dei sensi ritrovati in quel giorno particolare, in un’ora piuttosto che in un’altra, in uno stato mentale o di grazia cercato. Si tratterà di sillabare sensazioni, qualche volta persino emozioni. Tutto acquista un significato esclusivo, quando ciò che accade nella vita può restare fissato anche su un foglio di carta. Una tale custodia può diventare occasione non solo per rileggere quanto accaduto, ma per dare destinazione, nuova e più precisa, al feriale sfilarsi di ore e di incontri, di circostanze e di accadimenti. Ci servirà per ridimensionare gli eccessi. Alla fine, quello che dobbiamo fare è abituarci a convivere con il nostro conflitto interiore, accettandolo come una realtà ineludibile ed anche positiva. Fa parte della dinamica della vita e se sapremo governare le sue vele con distacco e un po’ di serenità diventerà una ricchezza.Di più. Una persona senza i marosi dei conflitti è un individuo senza vitalità: adagiato sulla coffa della falsa sicurezza si sente già a posto così.È tra quelli che stanno sempre dalla parte giusta, che non sbagliano mai, che hanno sempre l’ultima parola, che vincono sempre. Sono vincenti: ma non sono “invincibili”, perché non hanno conosciuto mai il sapore della sconfitta.Invincibile, invece è: il sole che torna ad avvolgere le cose dopo che la notte le aveva confuse nell’oscurità; il fiore che torna a regalare perdutamente profumo e colore senza curarsi di chi meriti o no il suo dono; l’anziano , sazio di giorni, che non smette di credere che il “fare” non è l’unico valore della vita; il giovane assetato di futuro, che compie il primo passo di un grande viaggio.Talora, alla sera, può capitare che quasi nulla avanzi di noi stessi: solo stanchezza, desiderio, attesa. Tutto, in certi momenti, appare perduto, vuoto, inutile. Ma proprio lì, al contrario di ogni evidenza, accade, comincia, si solleva qualcosa di inedito: il vento.Il vento della perseveranza gonfia nuovamente le vele, profuma le fronti sollevate a cercare colori e incontri che aggiungono sapore nuovo al quotidiano. Il cuore si rinnova in una danza che canta alla vita, nella gratitudine, nello stupore. Appare possibile tutto ciò che appariva spento, fermo, inamovibile.Quel vento accende, tocca, avvolge colora e spezza solitudini e silenzi. Custodire quel vento non resta un’azione passiva e improduttiva, ma esigente e temeraria, adatta solo ad animi capaci di novità, di sfide sempre nuove, perfino impossibili. La cura di sé, del bello che sta dentro e attorno al vivere di ciascuno è il segnale, vedetta del cuore: urla, mostra,  addita l’approdo, non solo della qualità della vita, ma dello stesso piacere di vivere; il gusto di contemplare, ricordare, raccontare ogni singolo istante di bellezza.

Il cielo dentro di noi

FUORI DAL GREGGE

FUORI DAL GREGGE Scritti a cura di Fausto Corsetti; Foto a cura Mazzotta Massimo Nella società dei tempi folli, frenetici, massificanti l’unica possibilità che abbiamo, per recuperare la nostra vita e sottrarci alla quotidiana sopravvivenza, è diventare protagonisti di una sorta di “monachesimo metropolitano”. Una disciplina personale che dovremmo iniziare subito, perché è sempre più urgente il nostro bisogno di una pausa, di una sosta, di una più autentica fedeltà alla vita. Essere fedeli alla vita e alle sue parole, alle sue voci, non è uno sforzo, ma una sequela, un assecondare inviti, un raccogliere messaggi, un riconoscere segnali. Ancora, significa continuare ad alimentare la speranza, credere nella bellezza, sentire che la gioia è possibile in quanto è un dono. Tutto ciò, oltre a renderci più umani, ci rende capaci di fare cose incredibili; avvertiamo di essere sostenuti da una “Presenza” che è cura, attenzione, tenerezza: diversamente tutto perde di sapore, anche la vita stessa. Proprio come monaci, potremo iniziare a dedicare ogni giorno un po’ di tempo al corpo, camminando nella natura; un po’ di tempo alla mente scoprendo o riscoprendo letture nascoste, dizionari intimi dimenticati ma mai distrutti; un po’ di tempo all’anima, ascoltando il nostro essere più profondo. Nell’abbandono dei ritmi frenetici, sarà così possibile lasciare affiorare alla mente parole come umiltà, silenzio, stupore, gioia; parole che per la società di oggi sembrano non avere più alcun significato. Addirittura, appaiono quasi una provocazione rispetto alle logiche dominanti, dove arroganza, superbia, confusione, indifferenza e disperazione fanno breccia nel cuore dell’uomo. Potrebbe sembrare anacronistico parlare di umiltà in tema di uomo contemporaneo, e ancora di più sembra tale l’idea proveniente dall’etimologia della parola, chiaramente riferita alla terra, “humus”, appunto. Ma accanto al significato letterale, ce n’è uno traslato dei cui esempi è ricca la storia, soprattutto la storia delle grandi rivoluzioni morali. Pensiamo cosa sarebbe stato l’Occidente senza l’irruzione dell’umiltà di Francesco. Se solo consideriamo i grandi cambiamenti culturali intervenuti nel XIII secolo, a partire dall’organizzazione sociale nelle nascenti municipalità, non possiamo non constatare quanto questa virtù abbia contribuito all’affermazione di una consapevolezza nuova dell’uomo. E difatti è proprio a quel secolo che molti studiosi fanno risalire la vera radice dell’Umanesimo. Attualizzando il dato dell’umiltà nella cultura contemporanea, facilmente la qualifichiamo in opposizione all’arroganza, quale nota distintiva di una democrazia rispettosa delle differenze, a confronto dei tanti autoritarismi che minano alla base l’armonia del consenso e della pace. Ma, ancora più attuale è la dimensione del silenzio. Interiore soprattutto. Quella che insegna a guardare in sé stessi e a non lasciarsi distrarre dalle apparenze. Il silenzio è un dono che facciamo a noi stessi, ci aiuta innanzitutto a liberarci da questa smania di riempire tutto, ci permette di stabilire una pausa, ci aiuta a recuperare e sottolineare ciò che davvero conta. Il silenzio ci rende fecondi e accoglienti, ci pone in contatto con la nostra anima, mitiga la tristezza che si presenta come amplificatore delle nostre ombre. Le strade per apprezzare armonicamente la solitudine sono molteplici e uniche, si può vivere un momento di silenzio facendosi inondare dal sentire profondo, dalle immagini, dai ricordi, dalla lettura oppure quale occasione per fare spazio dentro di noi e accogliere nuove vibrazioni, espressioni, desideri. Solitudine come spazio dove perdersi, confondersi amabilmente con la natura, respirando il benessere dei profumi, lasciandoci abbracciare dalla bellezza dei colori, accompagnati dal fluire del tempo e delle stagioni. L’uomo contemporaneo è sottoposto ad un bombardamento continuo di stimoli, sollecitazioni, comandi, che di fatto finiscono per limitarne la propria libertà sostanziale. L’uomo capace di guardarsi dentro, di fare un po’ di silenzio interiore, di sostare in ricercata solitudine, si mette al riparo dalle derive mediatiche, dal bruciare la propria vita nell’indistinzione della corrente, nell’anonimato di massa. In un processo di deresponsabilizzazione che di fatto gli impedisce di perseguire i propri legittimi interessi, favorendo al contrario l’adeguamento a ciò che entità remote vorrebbero che uno fosse. Insomma, il non abbandonarsi alle mode egemoni è fondamentalmente un efficace antidoto alla massificazione. È poi più facile pensare all’attualità del valore dello stupore, non solo come meraviglia delle bellezze della natura, ma anche fiducia e interesse per ciò che accade nella storia, deponendo l’abito dell’indifferenza. Una condizione quest’ultima sulla quale si fonda gran parte del rifiuto sociale, e che frena la fiducia nel cambiamento e nel futuro. Da ultimo la gioia, non soltanto come stato d’animo derivante da particolari condizioni, ma piuttosto come energia, vigore morale per non lasciarsi abbattere dalla disperazione e dal dolore. Come base anche di quel pensare colorato che è presupposto del cambiamento e il contrario della rassegnazione di una società non libera e gregaria, sebbene non sia facile riconoscere il respiro profondo della speranza che trascende la provvisorietà o l’oscurità del quotidiano.  Spesso il futuro intimorisce o quantomeno preoccupa. Eppure, la vita si distende nella ferialità, nel succedersi instancabile di piccoli avvenimenti, di speranze nuove, una successiva all’altra. Il tutto inizierà con un po’ di timore, ma presto questa disciplina personale ci sorprenderà e ci aprirà un mondo… Sentiremo il silenzio parlarci; vedremo le cose con un’altra chiarezza; le stesse parole che avremo modo di ascoltare saranno più dense, più significanti: favoriranno l’esercizio di una coscienza in forme più libere, autonome, indipendenti.

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UNA GOCCIA DI CORAGGIO

UNA GOCCIA DI CORAGGIO Scritti a cura di Fausto Corsetti; Foto a cura Mazzotta Massimo Da una coltre inimmaginabile di ghiaccio, carica di anni, non vista, una goccia si stacca, reca con sé una energia straordinaria, inarrestabile, travolgente. Assieme ad una miriade di altre goccioline, scivola con agilità tra spigoli di roccia, precipita fragorosamente da orridi altissimi, liscia ostinatamente superfici in apparenza inattaccabili, raggiunge destinazioni lontane e ignote, seppure riscaldate e finalmente accarezzate dalla medesima fonte.Da sotto un ghiacciaio si scioglie l’inizio.Nel profondo sta la sorgente, anche quella dei fiumi più grandi, più maestosi. Tutto inizia dal poco, quasi dal nulla: una semplice goccia. Tutto si cela nel non appariscente. Ma, è necessaria la “passione” per scrutare, per vedere, per afferrare e comprendere.Il coraggio, l’intraprendenza, la temerarietà sono le condizioni che consentono di inseguire tutto ciò che è elevato, vero, buono e bello. Se non si sta osando, spesso non si vive davvero: un giorno a venire, forse, soffriremo per quanto è rimasto intentato e non per quanto è stato sbagliato. Nelle difficoltà scopriamo spesso il meglio di noi stessi e i momenti felici affiorano dall’altro lato della paura. Siamo spesso impreparati ad affrontare ciò che ci è dato di vivere. Tutto diventa possibile nella misura in cui ci si lascia condurre verso quanto non è misurabile, non è calcolato, è certamente ignoto. Non c’è una motivazione ragionevole che possa giustificare l’ostinazione di voler raggiungere, verso l’alto, la sorgente di un fiume. Andare a vedere, sotto la glaciale coltre perenne, la piccola goccia che in silenzio si stacca non è follia, ma riconoscere e portare dentro di sé ciò che a tutti appartiene e rende possibile l’esistere di ciascuno. Complicità e solitudine, evidenza e nascondimento, coraggio e discrezione, restano le note dominanti di una vita obbediente alla voce interiore che invita a desiderare, inseguire, abitare tutto ciò che è elevato, bello, buono. E’ uno slancio intimo che spinge a non accontentarsi della mediocrità, delle mezze misure, delle blande responsabilità, delle mediazioni convenienti, dei traguardi accomodanti. Chi si innalza verso l’Alto, mosso dalla ricerca della conoscenza, reca con sé appagamento interiore e nuove motivazioni. Chi insegue insaziabile tutto ciò che rende bello, buono, significante, significativo il vivere, viene dall’alto, si china verso il basso, accoglie tutto come un dono e restituisce ogni cosa trasformata dalla gratitudine, dalla riconoscenza. Nulla resta immutato. Tutto cambia e si trasforma, nel desiderio di bene e bellezza, nell’aspirazione di quanto è degno di essere vissuto, secondo la misura della temerarietà e nello stesso tempo della fragilità. Ogni stagione della vita, anzi proprio solo quella che si sta vivendo è quella giusta. Non c’è una stagione migliore della precedente o di quella che si attende. Non verrà dopo. L’attimo presente, non altro, è il tempo giusto per vivere, per consumare con gusto e soddisfazione l’esistenza che abbiamo tra le mani. Non c’è un tempo diverso, migliore, più favorevole. E’ questo presente, il tempo giusto. E’ questo il momento favorevole. Talvolta si è talmente dentro alla vita da esserne esattamente superati, ma proprio il particolare consente di scorgere, cogliere, afferrare quanto non è evidente, non è comprensibile, non è raggiungibile. “La vita è come un’opera di teatro che non ha prove iniziali… – considerava il grande Charlie Chaplin – quindi canta, ridi, balla, ama, piangi e vivi intensamente ogni momento della tua vita… prima che cali il sipario e l’opera finisca senza applausi”.